mercoledì 24 ottobre 2012

Il PERSONAGGIO


Data 24-10-2012



LA SICILIA



IL PERSONAGGIO
Pasquale Pistorio
(Nato ad Agira il 6 gennaio del 1936) è un dirigente d'azienda italiano, ex presidente di STMicroelectronics e membro del direttivo di Confindustria. Laureato in Ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino, inizia la sua attività professionale alla Motorola dove diviene nel 1967 direttore marketing per I' Europa. Ricopre incarichi crescenti (direttore marketing mondiale, vice presidente delta Motorola Corporation, direttore generate dell'international Semiconductor Division, responsabile progettazione, produzione e marketing per aree extra Usa).

Nel 1980 rientra in Italia per assumere la guida del Gruppo SGS, society di microelettronica che Pistorio porta all'integrazione con l'azienda francese di semiconduttori Thomson, dando cosi origine alla SGS-Thomson Microelectronics (più nota come STMicroelectronics), azienda che sotto la sua presidenza scala la classifica mondiale delle principali società di semiconduttori.

Nel 2005 Pistorio lascia la guida e viene nominato presidente onorario. Nell'aprile 2005 fonda la Pistorio Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro con sede a Ginevra, Svizzera, con lo scopo di fornire assistenza nel cameo delta salute, nella nutrizione, e nell'educazione, sia attraverso l'aiuto diretto, o attraverso le donazioni o il sostegno finanziario o carità umanitarie fornendo l'assistenza ai bambini, in particolare nelle regioni colpite da guerre e disastri naturali, o da gravi eventi. Nel 2007 è nominato per pochi mesi presidente di Telecom Italia in un momento assai delicato (intercettazioni e vendita di Olimpia).

 E stato vicepresidente di Confindustria con delega all'innovazione e la ricerca; consigliere indipendente nel cda delta Fiat, e di Chartered Semiconductor Manufacturing. Fa parte inoltre di Conseil Stratégique pour l'attractivitè du pays aupres du Premier Ministre francais;

Internal Advisory Council del governo di Singapore; International Business Council del World Economic Forum; World Business Council per lo Sviluppo Sostenibile; Conseil Strategique des Technologies de ('Information francese; European Round Table of Industrialists (ERT).

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui lauree honoris causa dalle University di Genova, Malta, Pavia, Catania, Palermo e del Sannio.




Pasquale Pistorio, 76 anni, storico presidente di STMicroelectronics e protagonista della stagione in cui nacque e si sviluppo L’ "Etna Valley"

Visto che <<'u pisci feti ra testa>> urge una nuova classe politica

Data 24-10-2012


LA SICILIA

Visto che (('u pisci feti ra testa)) urge una nuova classe politica

Isola punti su turismo e agricoltura di qualità, industria hi-tech e green economy


PASQUALE PISTORIO


per me la Sicilia é la terra più belle del mondo. La bellezza e la varietà del suo paesaggio; la ricchezza delta sua storia, che negli ultimi 3.000 anni ha visto fermarsi nell'isola molte civiltà mediterranee ed euro¬pee ognuna delle quali ha lasciato enormi eredita architettoniche, monumentali e culturali; L’ospitalità calda dei suoi abitanti; il clima mite e amichevole in tutte le stagioni; la ricchezza delta sua cucina... tutto concorre a farne una terra di bellezza ed attrattività eccezionale.

Purtroppo, la Sicilia e anche afflitta da mali quali il ridotto sviluppo economico, la criminalità - organizzata e non - che pesa sullo sviluppo e sulla qualità delta vita di tutti i cittadini, e un forte tasso di disoccupazione, che rendono difficile per chi ci vive desiderare di rimanere e poco attraente per chi ci vorrebbe andare, anche per breve periodi.

Alta radice di questa condizione ci sono molte cause storiche anche antiche; la maggior parte risale però agli ultimi 150 anni, con particolare degrado negli ultimi 20 anni.

Non è questo il luogo per esaminare queste cause, ma riporto i tre problemi per me fondamentali dell'isola:


1) Burocrazia elefantiaca, lenta, incapace, spesso clientelare, se non addirittura corrotta;
2) infrastrutture, materiali e immateriali, totalmente inadeguate per un paese moderno;
3) criminalità organizzata diffusa e capace di contaminare sia Feconomia che la politica e la gestione delta "così pubblica".


Tutto ciò è possibile perché manca una qualsiasi politica nazionale per la valorizzazione del Sud, e perchè la classe politica locale si è dimostrata largamente mediocre, spesso clientelare, e talvolta corrotta. Certo ci sono case positive come, per esempio, il periodo in cui Enzo Bianco fu sindaco di Catania, creando la Primavera di Catania e I' Etna Valley. Ma purtrop¬po motto pal spesso l'esperienza delle ammi¬nistrazioni locale non è stata positiva.


Dice un proverbio siciliano: "U pisci feti ra testa", il pesce puzza dalla testa. E' da liche bisogna partire (sia a livello nazionale sia locale), per affrontare i tre problemi fondamentali ricordati sopra e permettere alla Sicilia di tra¬sformarsi in una terra di enormi opportunità per i cittadini, per gli ospiti italiani e stranieri, e per dare un contributo immenso alla crescita economica e culturale dell'Italia e dell'Europa.

Come ho sempre detto la Sicilia (e tutto il Sud Italia) possono diventare la California d' Europa.

Sta alla classe politica nazionale e locale combattere i tre problemi fondamentali detti sopra che io chiamo i fattori inibitori, e creare i presupposti per lo sviluppo con una misura "abilitante" fondamentale che è la fiscalità di vantaggio garantita per dieci anni per il costo del lavoro, per gli investimenti produttivi e per la ricerca.

Se queste condizioni si verificano, la Sicilia può puntare su grandi filoni di sviluppo:


1) il turismo di qualità;
2) I' agricoltura di qualità e I' industria agroalimentare;
3) I' industria high tech;
4) la green economy.


In tutti queste settori la Sicilia può diventare un leader di livello mondiale e un forte propulsore per lo sviluppo italiano ed europeo.

Il risultato sarebbe "La Sicilia che vorrei": una terra che offre opportunità ai giovani, sicurezza ai cittadini e alle imprese, solidarietà sociale, e una qualità delta vita unica al mondo.


mercoledì 5 settembre 2012

Tips on Time Management

Tips on Time Management

I started to have a real managerial job in 1968 when I became the Regional Director of the Italian sales office for Motorola (with some 12 people). Since then my carreer exposed me to growing managerial responsibilities in terms of resources under my responsibility.
The resources under managerial responsibility of any manager are always of 3 kind:

  • Human resources
  • Financial resources
  • Physical resources (equipment, buildings, materials, inventories..)


The dimension of the resources under management varies immensely with the scope and the size of the managerial responsibility.
There is however a 4th resource that is basically equal for all managers and all jobs: this is the TIME. Every manager has available only 24 hours a day, 7 days a week, 52 weeks a year: no matter the dimension of the job (from a manager with no employees under him to the CEO of a 50Billion Corporation) this is the only time with which he can play: his choice is only on how much he will allocate to personal/physical needs (sleeping, eating, igienic needs, health needs), to social activities (family in first priority, friends, social activities, sport and leasure activities) and finally to hours dedicated to the work (hours spent in the office, or in external meetings with various stakeholders of the Company, working at home, working on the phone, business travel..).

My personal experience of about 35 years of managerial responsibility, and my observation of other managers, and finally the business literature, has taught me that a good dedicated manager is always hard working and puts on the job at least 2500 hours a year (50 hours a week for 50 weeks a year) and more frequently 3000 hours a year (60 hours a week for 50 weeks a year). In my case my overall time dedicated to the job has always been at the least 3000 hours a year including the time of business travel. In exceptional periods (like the first year of the turnaround of SGS and first year after the formation of ST) my yearly time dedicated to the job has gone over the 4000 hours a year (which means 80 hours a week for 50 weeks, and more likely 52 weeks a year).


In any case, my belief is that between 2500 and 3000 hours a year is a good norm for a dedicated manager: more than that risks to bring the manager to an imbalanced life and to be less effective overall in his job. A manager, must also be a balanced person with a good contact with the world outside the Company, and if he has family, must dedicate adequate time to his family both for the moral health of the family and his own.
The important issue is how to use effectively the time allocated to the Work: at the end it is less relevant how many hours a manager works, but it is extremely important what is the output of his managerial work.



From the literature and from my own experience, I have learned that a manager should apply a few rules to manage effectively his time (which I repeat should be in the range of 2500 to 3000 hours a year, including business travel time) and to get the maximum output.
 
  1. PRIORITIZE. A manager must do every day the most important things first and do not spend time on the many irrelevant issues that show up every day.
  2. DELEGATE. A manager must learn to delegate to the people that have a given responsibility the actions that are in their charter of ownwership. Delegation and control is the best way to allocate properly the duties in the organization and to grow managerially the people under him. A manager must resist the temptation to do himself the job of his subordinates, except in a few cases where his help is mandatory and/or he wants to teach how to do.
  3. TREAT A SUBJECT ONLY ONCE. Many times a manager has a duty to accomplish that he does not like or he does not feel comfortable to do and spends time in the issue, but then puts it on pending and goes back to it several times in different days before completing the task. At the end he/she will havespent on that task much more time than really necessary and will not execute it on time.
  4. MEETINGS. Meetings are the way of life in any organization. They are necessary to get all the inputs for a given decision, to get everybody aware of what they should know, to have all relevant people reading the same sheet of music. But meetings tend to be very time consuming for the manager and for various parts of the organization. An effective way to manage a meeting includes to limit the participation to the relevant people, to have a clear agenda, to expect every participant to be prepared to the items in the agenda and finally to conduct the meetings in very strict adherence to the agenda and without allowing random discussions or long interventions that most of the time are absolutely unnecessary.
  5. TELEPHONE CONVERSATIONS. Today a relevant part of the business activity is done on the phone with colleagues, customers, and any third party. This is absolutely necessary. But telephone conversations should be short, limited to the points to be discussed and last few minutes: many times the conversations are unnecessarily long and deviate in various subjects not related to the initial purpose of the call.Learning how to cut the number of meetings and of phone calls and the duration of the meetings and the calls is the most effective tool for time management.
  6. BUSINESS LUNCHES AND DINNERS. This is the most frequent way of poor time management. The business activity requires many of those encounters with customers, partners, investors and his own people. They are absolutely necessary, but there is a tendency to do far too many even when it is not necessary, and when the manager participation is not mandatory. Cutting on business lunches and dinners is the easyest way to cut unnecessary time spent for supposed work. (I have been and still I am particularly poor on this respect).

The above few rules are very useful to optimize the effective use of time at work, resulting in more efficiency and personal balance. I know that is easy to say and difficult to implement.

But at least it is useful to keep them in mind and try to see if they work.

mercoledì 18 aprile 2012

Pasquale Pistorio is 2012 Ellis Island Medal of Honor Recipient



http://neco.org/NECO_press_release.php

Selection criteria for Medalists:

The ELLIS ISLAND MEDALS OF HONOR are awarded annually to a group of distinguished living American citizens who meet one or more of the following criteria:

EXEMPLIFIES a life dedicated to the American way of hard work, self-improvement and community service.

PRESERVES and celebrates the history, traditions, and values of his or her ancestry group(s).

DEDICATES himself or herself to support and defend the values of American life.

BUILDS bridges between ethnic, racial, and religious groups in the U.S. and/or abroad.

REINFORCES the bonds between an American heritage group and its land(s) of origin.

NURTURES the life of a particular ethnic or heritage group, enabling that group to participate more fully in American society.

SHARES his or her personal and professional gifts with the local, national, or international community.

CONTRIBUTES distinguished service to humanity in any field, profession, or occupation.
:::Neco.org:::
neco.org

Alfred Marshall Acuff, Jr. Michael W. Allen, PhD Nancy Arabian Carol Baldwin Michael D. Benn...

giovedì 16 febbraio 2012

“La competitivita' nell'economia globale”

Pasquale Pistorio
26 Gennaio 2012
Innogest


Buongiorno Signore e Signori,

Desidero ringraziare Innogest ed in particolare Claudio Giuliani per avermi invitato a condividere con voi alcune riflessioni sulla competitività della imprese in generale e del sistema Italia in particolare nel mercato globale.

Negli ultimi 4- 5 decenni si è imposta l'economia di mercato come motore dello sviluppo economico nel mondo e la globalizzazione dell'economia stessa. Questo processo e' secondo me irreversibile e positivo, ed ha contribuito a migliorare le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Tuttavia va in qualche modo regolato e controllato per evitare disastri del tipo di quello del 2008/2009 ed il continuo allargarsi delle diseguaglianze tra ricchi e poveri.

Questo sarà, a mio avviso, un tema fondamentale per per la stessa sopravvivenza del capitalismo e di un ordinato sviluppo dellea società umana.
Le imprese comunque si confrontano oggi con 4 grandi "megatrends" che sono emersi negli ultimi decenni, e che continueranno a dominare lo scenario economico mondiale almeno per i prossimi venti anni:
  1. La globalizzazione dell'economia
  2. L'accelerazione di tutti i processi economici: il fattore tempo;
  3. Lo spostamento geografico del baricentro economico: la crescita esplosiva dell'Asia;
  4. La responsabilità sociale dell'impresa.
Le imprese, che hanno le loro radici storiche e buona parte delle loro risorse ed attività in paesi sviluppati, si trovano a competere con imprese dei paesi emergenti che godono di costi molto più bassi, non solo come costi del lavoro, ma anche flessibilità, tutele sia sul lavoro che ambientali e spesso minore carico fiscale.
Le risposte secondo me (e sono quelle che hanno guidato la mia attività professionale alla guida della SGS prima e della ST poi) sono le seguenti:

1.Globalizzazione.
a) Innovazione, Innovazione , Innovazione. Sia dei prodotti e servizi offerti, che dei processi operativi dell'impresa. La prima (innovazione dei prodotti e dei servizi) sposta continuamente l'offerta verso un maggiore contenuto di valore aggiunto intellettuale in modo da migliorare i margini e compensare i vantaggi di costo della concorrenza emergente.  La seconda (innovazione dei processi operativi) migliora continuamente la produttività delle risorse aziendali (l'adozione di un processo strutturato di TQM, o di qualsiasi altro nome si voglia dare, rappresenta una scelta molto utile).  È quello che hanno fatto e continuano a fare le aziende di successo europee ed americane.

b) Dimensione di scala.
Nell'economia globale, la dimensione di scala è fondamentale per sostenere i costi di ricerca, di produzione e di marketing specie per affrontare il mercato internazionale. Ovviamente ci sono piccole nicchie che possono garantire per un certo tempo il riparo dalla concorrenza, ma questo stato dura poco, perchè prima o poi arriva qualcuno a contendere quel mercato. La dimensione di scala va perseguita in ogni modo: crescita interna, o per acquisizioni o merger. o anche virtuale mediante associazioni con altre imprese per perseguire obbiettivi comuni, specie nella ricerca e negli acquisti.

c) Internazionalizzazione.
Bisogna puntare subito sul mercato globale, perchè il proprio mercato nazionale o anche europeo è troppo piccolo e non consente di sfruttare tutte le possibilità dei propri prodotti e servizi.  Per un’azienda manufatturiera, il processo di internazionalizzazione include la "delocalizzazione intelligente" delle attività manufatturiere dei prodotti più maturi, che altrimenti non sarebbero competitivi se si continuassero a produrre nei mercati domestici.  Si allunga così il ciclo di vita e di profitti di alcuni prodotti delocalizzati, ma si investe su ricerca e produzioni più avanzate nei propri paesi di origine, mantenenendo o aumentando l'occupazione.
È quello che noi abbiamo fatto alla SGS ed alla ST durante i miei 25 anni di gestione: a parte i primi due anni di ristrutturazione iniziale, abbiamo continuato a creare posti di lavoro anno dopo anno in Italia, in Francia -- nostri paesi di origine -- ed in Europa in genere, nonostante lo spostamento in Asia delle attività manufatturiere più mature.

2.Accelerazione dei processi.
Ogni anno, milioni di nuovi laureati e diplomati entrano nel processo creativo e produttivo dell'economia mondiale; centinaia di migliaia di imprese nascono con nuove idee da pomuovere; la disponibilità attraverso i mezzi informatici attuali di quantità illimitata di informazioni in tempo reale; ed una concorrenza sempre più dura, aumentata dai nuovi concorrenti dai paesi emergenti -- tutto concorre ad accelerare i tempi dei processi aziendali ed a ridurre le finestre di opportunità per nuovi prodotti.  Il fattore tempo, che è stato sempre importante nella vita aziendale, è diventato oggi essenziale.  Come diceva un executive di cui non ricordo il nome "oggi non è più il grande che mangia il piccolo, ma il veloce che mangia il lento".
a) Il time to market-- o meglio, il time to money -- deve diventare una priorità ossessiva nella gestione dell'impresa, e nella misura dei managers.
b) L'organizzazione aziendale deve adattarsi a diventare più veloce sia nel processo decisionale che nel processo esecutivo.  Purtroppo, le aziende crescendo in dimensione di scala tendono ad accrescere la loro burocrazia interna e a rallentare i processi aziendali.  C'è potenzialmente un conflitto tra dimensione di scala e velocitàdi operazione. Per conciliare le due esigenze, l'azienda deve organizzarsi in una forma che io chiamo "cellulare".
L'azienda (chiamiamola “la macroazienda”) deve organizzarsi in una varietà di unità operative il più autonome possibile (come tante “microaziende”) in modo da conciliare la velocità decisionale ed esecutiva al livello delle "microaziende", col vantaggio della dimensione di scala della "macroazienda".

Affinchè questa organizzazione funzioni occorre soddisfare tre esigenze:
  • un sistema informativo ed una cultura della trasparenza che consenta l'accesso a tutti i dati senza strati di supervisione;
  • una "policy deployment" degli obiettivi aziendali che discenda dalla "macrocorporation" alle "microcoprporations" coerente e rigorosa in modo che ogni unità nel perseguire i suoi obiettivi è automaticamente in sintonia con gli obiettivi aziendali;
  • una Cultura Aziendale molto forte che rappresenta il vero elemento di sintonia di tutte le unità aziendali.
3.Spostamento del baricentro geografico dell'economia.
Ormai oltre la metà del PIL mondiale è generato fuori dai sistemi macroeconomici avanzati tradizionali (essenzialmente USA, Europa, Giappone ). La crescita dei paesi emergenti, continua ad essere molto più veloce di quella delle economie mature, ed il peso relativo continua a spostarsi a vantaggio di questi ultimi.
Al centro di questo cambiamento ci sono i paesi chiamati BRICS, ma non c'è dubbio che il peso preponderante di questo cambiamento viene dall'Asia.  È in Asia che insieme alle economie avanzate come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore, sono cresciute in modo esplosivo China ed India e sta crescendo sulla stessa scia il sistema macroeconomico dei paesi dell'ASEAN, del sud-est asiatico. Il baricentro della crescita dell'econonia mondiale si è spostato in Asia.  Qualunque impresa che voglia competere nell'economia globale, deve avere la crescita in Asia al centro della sua strategia di espansione geografica.
E non bisogna commettere l'errore di credere che questi paesi competono solo coi fattori di costi: certo questo è stato ed è ancora largamente il loro vantaggio competitivo, ma tutti stanno puntando sullo sviluppo del capitale umano e sulla ricerca per trasformare le loro economie in economie sempre più basate sulla "conoscenza".
La presenza in Asia è importante per le imprese manufatturiere per mediare i loro costi di produzione; ma la presenza in Asia è fondamentale per la dimensione enorme del mercato: già oggi ci sono in Cina circa 250milioni di persone e circa 150milioni in India con un potere di acquisto misurato a PPA pari a quello europeo.
Già oggi in Cina ed in India c'è un mercato di dimensione simile a quello europeo e che a differenza che da noi-- si allarga ogni anni con decine di milioni di nuovi consumatori di fascia media.
Permettetemi di ricordare, che uno dei motivi del successo della ST, è stato il fatto di aver capito molto in anticipo rispetto alla maggior parte dei nostri concorrenti, l'importanza dell'Asia, non solo come area a basso costo del lavoro per le attività manufatturiere più mature, ma anche come enorme mercato potenziale per i nostri priodotti e come area che si stava arricchendo velocemente nel campo della ricerca: per questo creammo a partire dall'inizio degli anni ottanta una "presenza integrata" ( cioè produzione, ricerca e sviluppo e marketing) nella regione, a partire da Singapore e poi in Cina ed in India.

4. Responsabilità Sociale dell'Impresa.
Nella seconda metà degli anni settanta, vivevo e lavoravo (per la Motorola) negli Stati Uniti.

Allora la Responsabilità Sociale dell'Impresa era considerata dalla stragrande maggioranza degli ambienti economici come una specie di snobbismo e perdita di tempo. L'opinione più diffusa era quella che considerava il rispetto delle leggi come la sola responsabilità aziendale e che ogni altra considerazione era superflua o addirittura dannosa.
Io facevo parte di una minoranza di managers, che pensava al contrario che "shareholders value" e "stakeholders value" non erano affatto in contraddizione, ma che l'uno amplificava l'altro. Ero convinto che una società che crea valore non solo per i suoi azionisti, ma anche per i suoi dipendenti, i suoi clienti, i suoi fornitori ed in genere per le comunità in cui opera --crea nei suoi dipendenti, nei suoi clienti e fornitori e negli ambienti che la circondano, un clima di fiducia di motivazione e di supporto, che ne aumentano le capacità competitive e la creazione di valore per gli azionisti.
Questa convinzione è andata crescendo e diffondendosi nel mondo delle imprese ed è supportata da varie analisi di carattere economico-finanziario che confermano che le aziende più impegnate nella responsabilità sociale generano risultati economici superiori alla media del loro settore.
Col passare degli anni, il concetto della responsabilità sociale è andato crescendo, ma io credo che ormai è una condizione per operare e competere. Sotto la spinta di dipendenti, consumatori, e vari gruppi sociali, le imprese saranno costrette a considerare come fondamentale questa componente della loro vita operativa. Gli aspetti di EHS ( Environment, Health, and Safety ), la qualità del lavoro in fabbrica, il rispetto dei dipendenti e dei loro diritti, l'attenzione ed il contributo allo sviluppo delle comunità in cui l'azienda opera, diventeranno sempre più non solo un obbligo etico, ma anche una condizione per competere con successo.
A titolo di esempio, cito come avevamo definito ed attuato la responsabilità sociale in ST.

Essenzialmente tre punti:
  1. Adesione al Global Compact dell'ONU ( la ST è stata tra i primi firmatari in Europa).
  2. Impegno ambientale con l'obiettivo ideale della neuttralità ambientale.
  3. Dedicare fino allo 0.1% dei profitti aziendali a progetti sociali, con l'impegno a ridurre il Digital Divide, (condotto attraverso la STFoundation), come progetto principale.
Oltre che le imprese, anche i vari Paesi e sistemi macroeconomici competono tra di loro nell'economia globale per attirare i "cervelli" ed i capitali necessari per lo sviluppo economico del Paese stesso, da cui dipende il benessere dei cittadini.  Se il flusso in entrata di "cervelli" e capitale è sistematicamente inferiore a quello in uscita, il declino economico del Paese diventa inevitabile.
Cosa deve fare un Paese per essere economicamente "attrattivo" ed essere competitivo rispetto ad altri?
Ovviamente c'è una grande varietà di scelte di politica economica che può favorire l'attrattività e lo sviluppo. Ma comunque, secondo me ci sono 5 condizioni essenziali che qualunque paese sviluppato deve attuare se vuole essere competitivo: si tratta di premesse essenziali, senza la quali ogni altra scelta risulterà inefficace.

Queste 5 condizioni sono:
  1. Un contesto burocratico e normativo che consenta a tutti i processi aziendali : velocita', trasparenza, certezza del diritto, e prevedibilità per il medio termine. E questo contesto include anche leggi e norme sul lavoro.  Include la rapidità della giustizia civile.  Include la semplificazione burocratica ed amministrativa. Include l'eliminazione di areee economiche protette, che creano distorsioni alla libera concorrenza.

    Questa per me è la condizione fondamentale: se non c'è questo contesto, le imprese semplicemente non investono in un Paese, e quelle locali, con capacità di competizione globale, lentamente se ne vanno.  Purtroppo oggi questo contesto è molto negativo in Italia ed infatti, gli investimenti stranieri, i cosiddetti Foreign Direct Investments, sono molto bassi rispetto alle altre grandi economie europee.
  2. Una forte attenzione politica verso la formazione del capitale umano, con grande impegno nell'educazione scolastica dalle elementari all'università e con programmi pubblici e privati di formazione continua.
  3. Una politica industriale che metta al centro della sua agenda la ricerca e l'innovazione.

    Desidero ricordare che purtroppo l'Italia spende solo l'1,1% del suo PIL in Ricerca, contro una media europea di circa il 2.5%, coi paesi più virtuosi in questo aspetto - i paesi scandinavi - ben oltre il 3%.E poichè c'è un rapporto diretto, anche se differito di qualche anno, tra spesa di Ricerca e crescita della produttività, ne consegue una stagnazione della nostra produttività, mettendoci sotto questo aspetto tra i peggiori paesi al mondo.  Il tentativo più importante per far progredire l'Italia in questo campo era avvenuto col governo Prodi ed il ministro Bersani nel 2006-2007.  Il governo aveva approvato praticamente in toto, la piattaforma per la ricerca industriale presentata da Confindustria  e che io avevo preparato nella mia veste di Vicepresidente di Confindustria per la Ricerca ed Innovazione).  Quella piattaforma avrebbe fatto finalmente smuovere l'Italia dal suo 1,1% del PIL, portandola agli obiettivi di Lisbona del 3% entro il 2015.  Purtroppo, il nuovo governo Berlusconi del 2008, ridimensionò enormemente quella piattaforma e di fatto la sterilizzò.
  4. Infrastrutture efficienti. E queste includono le reti stradali, le reti ferroviarie, gli aeroporti, le reti dell'energia, le reti di telecomunicazine con particolare accento sulla banda larga. Ma anche infrastrutture di servizi amministrativi e sociali.
  5. Fiscalità sulle imprese. È questo un parametro importante di attrattività di un Paese. Io sono convinto che una fiscalità più elevata per i cittadini di un paese che vuole privileggiare la coesione sociale, sia necessaria ed accettabile (purchè ovviamente si eliminino gli sprechi) per pagare appunto i costi dello stato sociale; ma la fiscalità sulle imprese deve essere competitiva nei confronti dei maggiori sistemi concorrenti, altrimenti i capitali si spostano altrove.
Sono queste per me le 5 condizioni fondamentali che un Paese deve realizzare come premessa di fondo della sua competitività.
Purtroppo l'Italia è messa molto male rispetto a tutti queste 5 condizioni, il che si traduce nel nostro declino economico in atto da alcuni decenni, ma che negli ultimi 10 anni è diventato disastroso.

Tuttavia, l'Italia è un Paese che ha immense risorse e vantaggi competitivi da sfruttare, appena quelle condizioni di base saranno avviate (ed oggi il Governo Monti ha aperto nuovi scenari di attuazioni concrete in quella direzione):
  1. L'Italia ha un rapporto costo/benefici del lavoro intellettuale molto competitivo nei riguardi dei maggiori Paesi concorrenti.  Per esempio a parità di preparazione e di esperienza, un ingegnere italiano costa il 30% in meno di un suo collega francese o tedesco e ancora meno rispetto al collega americano.  E questo vantaggio competitivo aumenta al Sud.
  2. Esiste in Italia una imprenditoria diffusa, ed una creatività che ci deriva dalla nostra storia, e che spiega il succeso di tantissime piccole e medie imprese, nonostante le difficoltà del sistema -paese.  In un contesto corretto nei 5 punti di cui sopra, io sono convinto che questa imprenditoria può far nascere molte imprese innovative e dare un forte impulso allo sviluppo economico del Paese.
  3. Esistono in Italia molti centri di eccellenza nella ricerca pubblica, che purtroppo creano poche sinergie con le imprese e poca ricaduta industriale. Una politica che favorisca la collaborazione pubblico-privato nella Ricerca può creare forti ricadute industriali (era uno dei pilastri della piattaforma di Ricerca citata prima).
  4. L'Italia è un Paese con una ricchezza storico-culturale e paesaggistica di assoluta rilevanza mondiale.  Nel 1970 eravamo il primo Paese al mondo nel turismo; oggi siamo precipitati al quinto posto per colpa di infrastrutture carenti e cultura del servizio deteriorata, anche per ragioni sindacali.  La ricollocazione corretta dell'Italia nel settore turistico, può creare ingenti vantaggi economici diretti e di ricadute associate.
  5. Il clima mite del nostro Paese e la disponibilità di regioni a forte irradiazione solare, permette al Paese di avere bassi consumi ernergetici a parità di PIL, e con una politica determinata di risparmio ed efficienza energetica nonchè di sviluppo delle fonti rinnovabili ci consentirebbe di avere in campo energetico un forte vantaaggio competitivo  (per usare una espressione del premio Nobel prof. Rubbia: “su ogni metro quadrato della Sicilia "piove" ogni anno in energia solare l'equivalente di un barile di petrolio”).
In conclusione, io sono purtroppo pessimista nel breve termine per il sistema Italia: ci vorranno almeno 5 anni di crescita lenta e di sacrifici, per ridurre il debito pubblico e per correggere tutti gli squilibri e le distorsioni esistenti e per attuare le riforme strutturali ed anche istituzionali di cui il Paese ha bisogno da decenni.
Ma nel medio lungo periodo il Paese ha le risorse per competere efficacemente e per tornare a crescere a ritmi più alti della media europea.
Grazie per l'attenzione.